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L’atto del pensare, volendo ridurre questa esperienza ai suoi minimi termini, non è altro che il gesto di andare oltre l’ovvio. Il fatto, cioè, di esitare di fronte a una risposta immediatamente a portata di mano, preferendo cercare, tra le tante possibili, quella che meglio può soddisfare le esigenze del contesto.

Questa suggestione accompagna in qualche misura anche l’etimologia della parola «ovvio», la quale – da ob, contro, verso, e via, cammino – sta a indicare propriamente quello «che sta innanzi, che si incontra per via nelle vicinanze, che giace vicino; indi in senso traslato e tuttora in uso: che si trova facilmente, facile, comune». Perciò, andare oltre l’ovvio significherebbe, da un lato, porre una distanza tra me e il mondo che incontro; dall’altro, implicitamente, scavalcarlo, andare al di là, oltrepassarlo, per scoprire cosa la distanza che si frappone tra me e le cose ha da offrire e, allo stesso tempo, da nascondere.

Si può leggere però in altro modo la questione. Torniamo all’esitazione da cui siamo partiti. Nelle pagine iniziali di Materia e memoria, Bergson definisce la percezione come l’azione che gli oggetti esercitano su di me. Ma la presenza dell’encefalo, che interrompe il cortocircuito tra stimolo e reazione motoria, impedisce che l’azione di rimando che io esegui sugli oggetti sia immediata. In effetti, quando percepisco e riconosco una penna. con gli occhi o con le dita, sono pronto ad accogliere le azioni che quell’oggetto mi può invitare a fare; alla presa automatica della penna sul tavolo, si sostituisce un’esitazione che mi fa dire, appunto, «questa è una penna» e mi consente di decidere , per esempio, se afferrarla o meno per scrivere.

Letto in questa prospettiva, l’andare o il non andare oltre l’ovvio assume il significato di estendere o restringere l’esitazione, dando priorità all’azione automatica o lasciando, al contrario, che il mondo che incontro mi parli e comunichi, con infinite espressioni, tutte le possibilità d’azione che esso contiene.

Anziché la metafora della distanza, dell’andare oltre – la tipica metafora dell’età moderna con la quale si guarda, per esempio, il significa di un’opera d’arte al di là del soggetto che rappresenta –, in questo caso si potrebbe impiegare la metafora della «profondità»; con una particolare accezione, però, per cui tutto ciò che c’è da conoscere è già interamente dato, nulla è nascosto, e la profondità è soltanto il grado di esitazione e, quindi, di attenzione che sono disposto a concedere al mondo in cui sono immerso.

In questo senso, l’ovvietà e la profondità di sguardo sono gli estremi di una scala graduata, flessibile ed elastica, con la quale governare gli eventi. Se «ovvio» è misurare immediatamente l’efficacia di una soluzione, senza altra mediazione che l’intervento operativo, andare oltre l’ovvio indica, all’opposto, valutare l’efficacia della soluzione, domandarsi cosa succede quando procedo verso le cose e sperimentare, osservando con cura, come le cose procedono verso di me.

Andare oltre l’ovvio equivale, dunque, a concedersi il tempo necessario per compiere un percorso di vita consapevole e ponderato; tracciare una linea della coscienza che, oscillando punto per punto, illumina od oscura i vissuti, a seconda di quanto vogliamo (o possiamo) ascoltare quello che hanno da dirci.